LIBRI / "Anima Poetica", un percorso di ricostruzione interiore
Per Simone Piscitelli, bolognese, classe 1988, la poesia è diventata uno strumento di salvataggio da una diagnosi di psicosi. Intervista all'autore
di Aurora Franciosa
BOLOGNA - "Anima Poetica", di Simone Piscitelli, bolognese, classe 1988, è un cammino lungo sedici anni, un percorso di ricostruzione interiore in cui la poesia è diventata per l'autore uno strumento di salvataggio. A soli 18 anni Simone riceve una diagnosi di psicosi cronica che gli sconvolgerà vita e certezze. Durante quel periodo di totale disorientamento, riprende in mano una poesia sulla neve, scritta da bambino per la scuola, e ricomincia a scrivere.
I primi versi testimoniano il buio, la paura della malattia, l'ipocondria e il senso di smarrimento davanti a una mente che percepisce come estranea. Col tempo, però, smette di combattere la sofferenza e sceglie di addomesticare la sua “ombra”, trattandola con immensa dolcezza. Cerca e trova una forma d'intima alleanza con se stesso, per poter comprendere e pacificarsi con la parte più dolorosa di sé. Lo aiuta il suo profondo legame con la natura e il farsi "un tutt'uno" con l'ambiente. Scrive di boschi, fiumi, gelo e tramonti che lo sorprendono nella loro bellezza e lo distraggono dall’angoscia che lo accompagna.
In questo lungo percorso, gli affetti più cari sono stati le sue ancore di salvezza: il bene immenso per Gianluca, suo fratello oggi deceduto, a cui dedica l’introduzione e la chiusura della raccolta di poesie, e l'amore per sua moglie Laura, la sua svolta luminosa, capace di regalargli una stabilità profonda, pur non cancellando le fatiche e testimone, accanto a lui, di questa storia di rinascita sofferta, matura e vera.
Simone, nell'introduzione racconti come la diagnosi abbia spezzettato la tua anima e di come la poesia sia stata una forma di salvezza. In che modo scrivere ti ha aiutato ad attraversare e trasformare questa dolorosa ferita?
La scrittura mi ha sempre aiutato, ma è lei che è venuta da me. Avevo superato la fase critica e mi trovavo disperso in mezzo alla mia psicosi; avevo sui vent'anni. Poi, per puro caso, ho ripreso in mano una vecchia poesia delle scuole elementari in cui descrivevo la neve. Tale poesia fu poi modificata, così come è riportata nel libro, e da lì presi il coraggio di scrivere. In pochi mesi scrissi tantissime poesie e ne feci una specie di demo. Vedevo che più buttavo giù pensieri, più mi sentivo completo in un'attività che non avevo mai fatto prima, cioè scrivere poesie. Devo dire che è stata una fortuna aver scoperto la scrittura, a prescindere dal fatto che scrivessi cose descrittive o cose introspettive.
Il libro si apre con una dedica a tuo fratello Gianluca e si conclude con versi intensi dedicati a lui. Quanto è stato determinante questo affetto, questo legame nel darti riparo, supporto, appartenenza?
Ora mio fratello è un ricordo, e so che un giorno lo rivedrò. Lui era tanto per me: con i suoi dieci anni in più, lo vedevo come una persona da ascoltare e, allo stesso tempo, da comprendere. Nell'adolescenza mi muovevo bene, in quanto avevo Gianluca che mi anticipava le cose o, meglio, me le spiegava se mi incastravo in qualche dubbio. Mi ha dato molto affetto, e gli sono grato per quello che sono oggi. Ci sono cose che ho acquisito dall'esperienza e da ciò che mi è stato tramandato. Ho preso in prestito molte cose da mio fratello che, se le vediamo dal suo punto di vista, erano doni che mi faceva. Esperienze di vita che mi regalava, per farmi sentire preparato a ciò che di brutto o di bello poteva succedere. Anche nella mia malattia, finché fu vivo, ha sempre cercato di tranquillizzarmi e di farmi divertire, oltre che supportarmi. Io ho un padre e degli amici cari, ma lui era di più, e lo porto sempre con me.
Nelle tue poesie la natura e i treni ritornano frequentemente. La natura che osservi così attentamente quanto somiglia ai tuoi stati d'animo? E quei treni sono arrivati alla destinazione giusta?
Più che somigliare a uno stato d'animo, la natura mi ha sempre aiutato a evadere dai cavilli mentali, ovvero dalle paranoie. Se guardo un paesaggio crudo, come può essere un tramonto o una casa sovrastata dall'edera, il tempo mi si ferma. Guardo questa bella immagine, la fotografo nella mente e ci rimango concentrato fino a quando non ne sono pieno. Quando la trasformo in poesia, non creo altro che un trasferimento dalla mia anima alla carta, ed è una sensazione appagante. Il treno, invece, è un qualcosa di particolare. Ne sono affascinato fin da bambino, ma non l'ho mai analizzato come un mezzo che dovesse portarmi da qualche parte, bensì come un oggetto di passaggio. Lui passa, carrozza dopo carrozza, dalla locomotiva alla fine; nel suo movimento non dà tempo di pensare, e credo sia proprio questo a spingermi a descriverlo così spesso.
Nei versi hai scritto "la fragile sapienza che il dolore affina". Senza questo dolore avresti scritto poesie così sincere?
Credo che più si soffra, più s'impari a sopportare i pesi della vita, come in una ginnastica. La verità è qualcosa che negli anni ho sempre cercato, perseguito e raggiunto. A volte in maniera maniacale, trovando poi un giusto equilibrio, che la stragrande maggioranza dei miei scritti riporta. Il dolore di cui posso parlare è qualcosa che spinge dall'interno e, sicuramente, in mezzo si trova anche la mia voglia di creare cose vere. Non si tratta di essere sinceri, bensì veri: significa esprimere cose che hanno una certa purezza.
A conclusione della raccolta scrivi che "la poesia non si scrive: accade". Che cosa ti auguri possa accadere nel cuore di chi legge Anima Poetica?
Questo libro è rivolto a coloro che hanno voglia di consolarsi dai propri problemi. Per certi versi ho voluto sfogare i miei disagi, ma mai in maniera egoistica, bensì pensando sempre al prossimo, con l'intento di dire ai lettori: "Sono tanto incasinato, ma ho trovato la mia strada". La speranza è che, tramite questo libro, ci si possa guardare dentro e capire che chiunque può tirarsi fuori da un pantano e cercare terreni migliori, fino ad arrivare alla soffice erba.
Hai attraversato anni di versi, cadute e ripartenze. Oggi come stai in questa fase di ritrovata serenità accanto a tua moglie? La malattia ha trovato un posto discreto in cui stare, accanto alla vita?
Prima di conoscere Laura, ho provato a immaginare una vita che potesse essere il più normale possibile. Mi ritrovavo però, oltre che incompleto, sperduto nel mio percorso di crescita. Ho trovato poi una persona che ha dato il via a ciò che cercavo. Abbiamo avuto la fortuna di avere molte caratteristiche in comune, che mi hanno aiutato a sostituire il disagio con un sentimento amorevole. Sono consapevole di avere un problema mentale cronico e che dovrò prendere medicine a vita. Ma se guardo quello che ho attorno oggi - il sentimento verso mia moglie, il lavoro che svolgo, le amicizie, gli affetti familiari e qualche interesse come la pesca o la stessa scrittura e lettura di versi - capisco che lo stigma che porto non può nulla contro la volontà di vivere.
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