All'interno della Conferenza regionale sulle dipendenze patologiche, un focus dedicato al rapporto con la salute mentale. Intervista a Marco Begarani, presidente della Fondazione Casa di Lodesana (Fidenza)
di Simona Gotti
BOLOGNA -Che rapporto c'è tra dipendenze patologiche e salute mentale? Lo abbiamo chiesto a Marco Begarani, presidente della Fondazione Casa di Lodesana di Fidenza (Parma) che, insieme alla psichiatra imolese Alba Natali, ha condotto la sessione a tema all'interno della Conferenza regionale sulle dipendenze svoltasi a Bologna a fine gennaio 2026.
Si è parlato a lungo di integrazione e trasversalità tra Servizi per le Dipendenze patologiche (SerD), Centri di Salute mentale (CSM) e Neuropsichiatria dell'infanzia e adolescenza (NPIA) onde evitare compartimenti stagni. Ma CSM e SerD sono servizi con mission diverse e approcci diversi. Può spiegarci meglio?
Centri di Salute mentale e Servizi per le Dipendenze patologiche nascono storicamente con mission in parte diverse. Il CSM è centrato soprattutto sulla cura della sofferenza psichica, della crisi, della continuità terapeutica e riabilitativa. Il SerD nasce invece intorno ai consumi problematici, alle dipendenze, alla riduzione del danno, alla motivazione al trattamento e alla gestione di percorsi spesso segnati da ambivalenza e discontinuità. Questo significa che i due servizi hanno sviluppato culture professionali differenti: il CSM più orientato alla psicopatologia e alla continuità clinica; il SerD più abituato a lavorare con la negoziazione, la motivazione, la ricaduta, la bassa soglia, la prossimità. Il punto, però, è che oggi una quota crescente di persone non rientra più nettamente in una sola di queste due mission. Nei quadri comorbidi, nei disturbi di personalità, nelle dipendenze da cocaina/crack e nei giovani, la distinzione rigida non regge più. La persona non ha “due problemi separati”: ha un funzionamento complesso che richiede letture e risposte integrate. Questo era già molto chiaro nel percorso regionale e nelle linee di indirizzo: serve superare modelli paralleli o sequenziali e strutturare integrazioni stabili tra CSM, SERD e NPIA.
Se l'integrazione tra i servizi è necesaria, quali possono essere le strade percorribili? E le difficoltà?
Le difficoltà sono note e, direi, molto concrete. La prima è organizzativa: servizi con linguaggi, tempi, soglie di accesso e criteri di presa in carico diversi. La seconda è culturale: ognuno tende a leggere il caso dal proprio vertice e, quando aumenta la complessità, può emergere una diatriba implicita o esplicita di competenza. La terza è pratica: anche quando tutti sono d’accordo sull’integrazione, nella quotidianità si rischia la frammentazione, il rimbalzo tra servizi e la perdita di continuità terapeutica. Questo è emerso con forza anche nei materiali di sintesi della Conferenza. Le strade percorribili, a mio avviso, sono almeno quattro. Primo: non fermarsi ai protocolli, ma costruire progetti dipartimentali condivisi, con formazione comune e interventi realmente cocondotti. Secondo: rendere ordinaria, e non episodica, la presa in carico congiunta dei casi complessi. Terzo: investire in strumenti evidence-based trasversali, come Illness Management and Recovery, E-IMR, Terapia dialettico comportamentale e interventi gruppali, che aiutano a costruire alfabeti comuni tra professionisti. Quarto: introdurre routine di supervisione clinica e organizzativa. Perché spesso il problema non è solo clinico: è la difficoltà del sistema a reggere la complessità.
Lei e la dottoressa Alba Natali avete coordinato una sezione su salute mentale e dipendenze patologiche. Cosa è emerso dal lavoro di gruppo?
È emerso, prima di tutto, che la cornice teorica è abbastanza chiara: la Regione e i servizi hanno già individuato da anni la necessità di un approccio integrato, contemporaneo e personalizzato, soprattutto nei casi di comorbilità. Il problema oggi non è tanto capire “cosa bisognerebbe fare”, ma rendere tutto questo praticabile in modo diffuso. Dal gruppo sono emerse alcune criticità come spunti per intraprendere future azioni di miglioramento: la crescita di quadri sempre più complessi e transdiagnostici; l’aumento di giovani con disagio psichico, disturbi neuroevolutivi, disregolazione emotiva e uso di sostanze, Sindrome fetoalcolica; la difficoltà nella continuità tra residenziale, territoriale e domiciliarità; il sottoutilizzo dello strumento gruppale; la fragilità concreta dei budget di salute e dei percorsi personalizzati quando devono essere realmente attivati. È emersa anche la necessità di guardare meglio ai casi che stanno nelle “zone di confine”: sociale, giudiziario, migratorio, abitativo. In sintesi, il gruppo ha confermato che le comorbilità chiedono non solo più integrazione clinica, ma anche più tenuta intersistemica.
Nel caso di doppia diagnosi, comorbilità tra salute mentale e dipendenze patologiche e quindi complessità della cura a causa di bisogni multifattoriali, cosa succede e quali sono i percorsi per gli utenti?
Il rischio, quando il sistema non funziona bene, è che la persona venga “spezzata” in pezzi: la parte psichiatrica da una parte, la dipendenza dall’altra, e poi i bisogni abitativi, relazionali, lavorativi o giudiziari. Ma il paziente non è la somma di due diagnosi: è una persona con bisogni intrecciati, che ha bisogno di un progetto di cura coerente. Già nei materiali regionali si sottolinea che i trattamenti devono essere integrati, contemporanei e congiunti, non paralleli o sequenziali. Per questo i percorsi dovrebbero prevedere: assessment condiviso, definizione di priorità cliniche e di sicurezza, presa in carico congiunta CSM-SerDP, eventuale coinvolgimento della NPIA nei giovani, utilizzo di interventi psicoterapici e riabilitativi evidence-based, gruppi terapeutici, lavoro con la famiglia e dispositivi di continuità tra livelli di intensità diversi. Le comunità terapeutiche per la doppia diagnosi sono importanti, ma non bastano. Servono anche strutture sociosanitarie intermedie, diurni, domiciliarità assistita, budget di salute e veri percorsi di stepped care. La recovery, in questi casi, va intesa in modo realistico: come miglior qualità di vita possibile, non come modello unico di esito.
Nuovi e vecchi bisogni, nuove e vecchie risposte, cronicità, non autosufficienza. Qual è il quadro?
Il quadro oggi è segnato da una forte eterogeneità. Da un lato, ci sono utenze storiche che invecchiano, con quadri di cronicità, decadimento funzionale, non autosufficienza e bisogno di protezione sociosanitaria. Dall’altro, vediamo giovani con problemi molto diversi da quelli per cui i servizi erano nati: disagio mentale precoce, disturbi neuroevolutivi, ADHD, spettro autistico, uso di sostanze come regolazione emotiva, dipendenze comportamentali, ritiro sociale, precarietà esistenziale. Questa doppia pressione richiede di differenziare popolazioni, intensità di cura e risposte. Le vecchie risposte non vanno buttate, ma adattate. Il residenziale resta importante, ma da solo non basta; la logica farmacologica ha il suo posto, ma non può essere l’asse centrale; i percorsi devono essere più flessibili, più diffusi, più orientati alla continuità tra servizi e territori. Servono anche progetti di comunità, soprattutto dove la sofferenza si intreccia con povertà, isolamento, abitare fragile o percorsi migratori complessi. La vera sfida è tenere insieme personalizzazione e sostenibilità.
Infine il gaming disorder e le nuove dipendenze digitali... C’è una sottovalutazione culturale del disagio giovanile? E i minori a chi sono in carico, neuropsichiatria o dipendenze?
Sì, penso che in parte ci sia ancora una sottovalutazione culturale. Soprattutto quando il disagio giovanile si manifesta non con sintomi “classici”, ma con ritiro, uso massiccio delle piattaforme, gaming, disregolazione del sonno, ansia, irritabilità, chiusura relazionale. C’è ancora il rischio di leggere questi fenomeni come mode, cattive abitudini o semplice mancanza di volontà, mentre spesso sono espressione di una sofferenza più complessa, dentro una dimensione ormai online in cui reale e digitale si intrecciano profondamente. Nei materiali preparatori e negli spunti di lavoro che abbiamo elaborato, questa interazione tra salute mentale, tecnologie e isolamento emerge chiaramente. Sui minori, la risposta corretta non è NPIA o SERD, ma NPIA e SERD quando serve, dentro un’integrazione strutturata. Nei minori e negli adolescenti la Neuropsichiatria ha un ruolo decisivo, ma quando sono presenti consumi, dipendenze comportamentali o comportamenti a rischio, il SerDP deve essere coinvolto. La vera criticità è quando il sistema costringe a scegliere un solo “contenitore”, mentre i quadri reali chiedono già in adolescenza lavoro congiunto, raccordo con scuola, famiglie, educazione e territorio.
Si parla tanto di centralità della persona, Piano terapeutico riabilitativo individualizzato, Budget di salute e Progetto di vita. Invece i percorsi di psicologia, psicoterapia, riabilitazione psichiatrica sembrano essere insufficienti. Cosa servirebbe per uscire dalle logiche farmacologiche? È un problema di fondi?
I fondi contano, certamente, ma non è solo un problema di fondi. È anche una questione di organizzazione, priorità e cultura dei servizi. Se diciamo che la persona è al centro, allora gli strumenti come PTRI, Budget di salute e Progetto di vita devono diventare realmente praticabili, non restare etichette corrette sul piano formale ma fragili nell’attuazione. E per renderli praticabili servono professionisti, tempo, coordinamento, supervisione, formazione comune e accesso reale a trattamenti psicologici, psicoterapici e riabilitativi. Questo è emerso chiaramente anche nella discussione sulla necessità di rafforzare il versante psicoterapico e gruppale dei percorsi. Per uscire da logiche troppo farmacologiche non si tratta di contrapporre i farmaci alla psicoterapia. Si tratta di rimettere i farmaci dentro una presa in carico più ampia, multiprofessionale e relazionale. In molti casi servirebbe più lavoro gruppale, più interventi evidence-based diffusi nei servizi, più riabilitazione psichiatrica, più lavoro con le famiglie, più continuità tra residenza e territorio, più capacità di costruire contesti di vita. In altre parole: meno risposta unica e più filiera integrata. Se questo non avviene, il rischio è che la centralità della persona resti un principio condiviso ma non ancora pienamente realizzato.
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Si ringrazia la Regione Emilia-Romagna
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