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Job Stations: lavoro e inclusione per chi vive una fragilità psichica

Job Stations: lavoro e inclusione per chi vive una fragilità psichica

In Emilia-Romagna l’iniziativa, nata grazie a Progetto Itaca e Fondazione Italiana Accenture, è attiva a Parma, Bologna e Rimini

Di Aurora Franciosa

BOLOGNA - L’accesso al mondo del lavoro non è certo facile per le persone con problemi di salute mentale. L’inserimento professionale resta, per molti, un traguardo lontano e i numeri lo confermano: in Italia tra le persone con invalidità civile meno del 20% ha un impiego, percentuale che scende ulteriormente quando si parla di disturbi psichici. Per anni le politiche di inclusione lavorativa si sono concentrate su tirocini o contesti protetti, strumenti utili ma spesso incapaci di creare un vero collegamento con il mercato occupazionale. È in questo scenario che si inserisce l’esperienza delle Job Stations, un progetto nato nel 2012 dalla collaborazione tra Progetto Itaca e Fondazione Italiana Accenture. Oggi la rete conta dieci centri in Italia, tra cui tre sedi in Emilia-Romagna: Parma, Bologna e Rimini.
Cosa sono
Ciò che contraddistingue le Job Stations è l’approccio. Infatti, si tratta di una forma di smart working assistito da tutor: le persone lavorano in centri ad hoc, svolgendo attività concrete per le aziende partner, attraverso gli stessi strumenti e processi utilizzati nelle sedi aziendali. Per molte persone con disturbi psichici il problema non è la mancanza di competenze, ma la difficoltà a gestire la pressione relazionale e organizzativa degli uffici tradizionali. La Job Station diventa un passaggio intermedio che permette di riguadagnare sicurezza, abitudine al lavoro e consapevolezza del proprio ruolo professionale. Il modello si basa su tre figure chiave: il job stationer, la persona con disagio psichico assunta dall’azienda partner; accanto a lui c’è il tutor, un professionista con esperienza in salute mentale che facilita i rapporti con l’azienda e sostiene il lavoratore; infine il supervisor aziendale, un dipendente dell’azienda che coordina il lavoro operativo e mantiene il collegamento con l’organizzazione attraverso il tutor.
Roberta, dopo cinque anni in Job Station, oggi lavora direttamente negli uffici di Accenture occupandosi della contabilità delle note spesa. «Le mie responsabilità sono cresciute nel tempo e sono davvero fiera dei risultati che ho raggiunto», dice. Emanuele invece ha scelto questo percorso per l’ambiente tranquillo che gli ha permesso di ritrovare gradualmente fiducia dopo un momento di buio: «Per me la “stazione” è stata l’opportunità di ripartire nel mondo del lavoro senza troppe pressioni e crescere professionalmente», racconta.

Come si accede
I candidati possono accedere attraverso diversi canali: database dedicati, Centri per l’impiego o Dipartimenti di Salute Mentale. Il percorso prevede tre colloqui: uno iniziale e conoscitivo, utile a capire il profilo e le aspettative della persona in cerca di lavoro; un secondo incontro focalizzato sulle attività e sull’organizzazione della Job Station; un terzo colloquio con l’azienda partner, per valutare la compatibilità con le mansioni previste.
Le quattro macro-aree in cui si concentra la ricerca del personale sono: amministrazione e contabilità, information technology, marketing e social media, risorse umane e back office. Se necessario, i candidati possono partecipare alla Job Academy, un percorso di formazione per sviluppare ulteriori competenze tecniche o trasversali, come la gestione dello stress e la comunicazione sul posto di lavoro.
L’ingresso in azienda avviene in modo graduale. Spesso si parte da un tirocinio, che nel tempo può trasformarsi in un contratto a tempo determinato e, in alcuni casi, anche a tempo indeterminato. All’inizio il lavoro si svolge all’interno della Job Station e, con il tempo e in base alle esigenze della persona e del datore, il lavoro può evolvere verso altre forme tra cui anche la presenza negli uffici aziendali.
Partecipare al progetto offre diversi vantaggi concreti anche alle aziende partner, vantaggi che vanno dall’adempimento degli obblighi di legge sul collocamento mirato delle categorie protette al calcolo delle quote obbligatorie (i lavoratori delle Job Stations vengono sempre conteggiati come unità intere) fino agli incentivi economici diretti. Non indifferente l’impatto a livello di cultura aziendale, in termini di maggior propensione all’inclusione e all’accoglienza dei colleghi con disabilità.

Risultati, ostacoli e prospettive
Ad oggi, in Italia, sono stati stipulati 155 contratti di lavoro stabili e la rete vanta oltre 40 aziende partner di medie e grandi dimensioni, attive soprattutto nel settore dei servizi, tra cui Accenture, Gruppo Lavazza, Siemens Healthineers. Nonostante i risultati incoraggianti, allargare il progetto delle Job Stations non è sempre facile: molte imprese esitano davanti alla fragilità psichica per paura di non saperla gestire, le procedure burocratiche possono allungare i tempi di attivazione del progetto e, per chi lo coordina, non è sempre semplice individuare i referenti aziendali giusti. Ci sono, inoltre, molte persone e molte famiglie che rinunciano al lavoro per non perdere la pensione di invalidità.
Ciò nonostante, la prospettiva resta positiva: il 94% dei lavoratori coinvolti dice di aver migliorato in modo significativo la propria vita, e quasi tutte le aziende coinvolte valutano l’esperienza in modo positivo. La sfida è fare in modo che queste “stazioni” non restino un’esperienza straordinaria. Per questo il progetto ha bisogno prima di tutto di un riconoscimento istituzionale stabile, che permetta di accedere a finanziamenti pubblici per garantire continuità nel tempo. Allo stesso tempo è importante rafforzare il rapporto con le imprese e costruire reti con le Agenzie per il lavoro, in modo da guardare alle reali capacità delle persone e non fermarsi alla diagnosi.
Per informazioni: https://jobstations.it
https://progettoitaca.org/projects/job-stations/

 

 

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