L’adolescenza è una “malattia normale”. Ma attenzione al malessere

Intervista a Massimo Ammaniti, psicanalista, docente e scrittore, autore del libro “I paradossi degli adolescenti” (Raffaello Cortina Editore 2024), che riflette sullo stato attuale di salute psichica dei ragazzi

di Mirko Melandri

IL PARERE - Isolamento, dubbi e incertezze, povertà di scambi relazionali e di esperienze sociali vere, pubertà precoce non accompagnata da una personalità definita possono portare a quel malessere esistenziale dei giovani di cui i media parlano tanto. Ne è convinto Massimo Ammaniti, psicoanalista e scrittore, è professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla facoltà di Medicina e psicologia della Sapienza Università di Roma, autore del libro I paradossi degli adolescenti” (Raffaello Cortina Editore 2024). L’abbiamo intervistato.

Professor Ammaniti, come stanno gli adolescenti oggi?
“Il rilievo dato dalla stampa e dai mezzi di comunicazione sullo stato di malessere dei giovani non deve farci pensare che questi episodi rappresentino tutta l’adolescenza. In realtà, nella sconfinata prateria in cui procedono i ragazzi, scopriamo modi di vivere molto diversi, come anche identità molto lontane. Quando gli adolescenti entrano in questa prateria, che devono percorrere per raggiungere una propria identità più stabile, portano con sé, spesso senza esserne consapevoli, storie che sono state scritte non solo da loro, ma anche dai genitori, dalla scuola e dalle esperienze vissute. È una storia potremmo dire biologica, iscritta nel patrimonio genetico, ma ampiamente modificata dagli scambi e dalle relazioni che hanno via via incontrato fino al raggiungimento della pubertà. Qui non arrivano tutti con lo stesso passo: purtroppo ci sono ragazzi vittime del disinteresse, della trascuratezza e a volte dell’incuria. In quest’ultimo caso, privi di bussola, si trovano in una prateria senza riferimenti, in una scuola che non è in grado di capire le loro vulnerabilità e il loro disorientamento, per cui finiscono spesso per organizzarsi in bande violente che infieriscono sui compagni più deboli. È molto diffuso fra loro un malessere esistenziale, un senso di insoddisfazione che a volte si può esprimere attraverso stati di ansia e di depressione, disturbi alimentari e tentativi di suicidio che, con la recente pandemia, sono aumentati in seguito all’isolamento e al venire meno delle esperienze e degli incontri in presenza con i propri coetanei”.

Si parla molto spesso di disagio giovanile. Quali sono le cause?
“Se dovessimo cercare di definire le cause della sofferenza dei giovani, potremmo individuare vari fattori. In primo luogo, come commentava la madre di un ragazzo, i giovani oggi hanno troppe opportunità e libertà e diventa per loro difficile orientarsi. I dubbi e le incertezze rendono difficile le scelte, che suscitano la paura di pregiudicare la propria vita o perdere opportunità importanti. Indubbiamente gli stessi genitori si trovano oggi di fronte a compiti complessi, e non è sempre facile per loro accompagnare lo sviluppo dei figli. Per cui oscillano fra il permissivismo e l’iper-protezionismo, avendo perso i riferimenti sociali condivisi. E poi ci sono i gruppi dei coetanei, che sono diventati sempre più necessari e hanno spostato il baricentro esistenziale dei giovani dalla famiglia agli amici. Il gruppo è sicuramente indispensabile, perché è una palestra di esperienze e di riconoscimenti reciproci, ma suscita anche tensioni e competizioni: la paura è quella di non essere all’altezza dei coetanei e di venire rifiutati”.

Ci sono rimedi per contrastare il malessere dei ragazzi?
“Come ha scritto ripetutamente lo psicoanalista Winnicott, l’adolescenza è una ‘malattia normale’. Il problema riguarda il grado di tollerabilità degli adulti. I genitori sono troppo spesso incapaci di comprendere gli stati d’animo e i malesseri dei figli, possono intervenire troppo o troppo poco avendo difficoltà ad accompagnarli durante lo sviluppo, fornendo una cornice di riferimento in cui la discrezionalità e l’autonomia dei ragazzi viene consentita e messa alla prova. Su un altro versante l’intervento della scuola, che dovrebbe essere in grado di dialogare coi ragazzi, è fondamentale. Non ci si può limitare allo studio e all’apprendimento delle materie: occorre che gli insegnanti prestino attenzione all’identità di ogni alunno e alle dinamiche della classe, in modo da stimolare le capacità relazionali e gli scambi fra coetanei”.

Che responsabilità hanno i social network in tutto ciò?
“Negli ultimi anni si è cominciato a comprendere quanto gli smartphone introdotti nel mercato dopo il 2012 abbiano cambiato la vita degli adolescenti. È ormai documentato: i giovani sacrificano la vita in presenza per passare ore e ore a chattare o a fare sexting. Le ricerche recenti sembrano confermare il rapporto fra difficoltà psicologiche dei ragazzi e utilizzo degli smartphone proprio perché il loro uso ha cambiato nel profondo il modo in cui i giovani organizzano la loro giornata, che si impoverisce di scambi e di esperienze sociali vere”.

Come mai ci sono sempre più psicopatologie ad esordio precoce?
“Le difficoltà e le patologie psicologiche iniziano con la pubertà, che oggi compare più precocemente, nelle ragazze intorno agli 11 anni mentre nei ragazzi verso i 12 anni circa. I segni della pubertà suscitano negli adolescenti un’attenzione, a volte addirittura ossessiva, per le trasformazioni del corpo. E queste continue verifiche del proprio corpo suscitano inevitabilmente preoccupazioni e, a volte, stati di ansia e di allarme. Il corpo può divenire un compagno imprevedibile e addirittura estraneo, che crea imbarazzo e vergogna soprattutto nei confronti dei coetanei. Infatti, il corpo non appartiene soltanto al ragazzo o alla ragazza, ma è anche un corpo sociale, un biglietto da visita, che viene confrontato con quello degli altri. I cambiamenti si complicano poi ulteriormente con la comparsa dei caratteri sessuali.

Ma è un processo solo fisico?
"No, perché gli adolescenti devono integrare nell’immagine mentale di sé non solo i cambiamenti del corpo, ma anche la consapevolezza della propria identità di genere. E a volte il corpo con corrisponde al proprio sentire personale. Le influenze degli ormoni suscitano pulsioni, emozioni e desideri che spingono ragazzi e ragazze di questa età ad affrontare situazioni impegnative, anche rischiose, con i propri coetanei, con la scuola e con i familiari, senza essere ancora in grado di comprendere le conseguenze dei propri comportamenti dal momento che la loro personalità non è ancora sufficientemente matura”.

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