La testimonianza di Arianna (nome di fantasia) esperta in supporto tra pari di Reggio Emilia con un trascorso molto difficile alle spalle. "Affidarmi a uno psichiatra è stato il primo passo verso la speranza"
di Simona Gotti
REGGIO EMILIA – Autolesionismo, letteralmente, significa "danneggiare se stessi". I dati parlano di un incremento del 60% dei casi di autolesionismo post-pandemia in Italia, con episodi che iniziano addirittura nella scuola primaria. Abbiamo deciso di affrontare il tema confrontandoci con Arianna, un'esperta per esperienza e in supporto tra pari che attualmente sta svolgendo un tirocinio nel Dipartimento di Salute Mentale dell’Ausl di Reggio Emilia, fa parte della Rete regionale ESP dell’Emilia-Romagna facendo spesso docenze rivolte ai professionisti per la lotta contro lo stigma che attanaglia la salute mentale. “Un lavoro che ha incrementando la mia autostima, facendomi sentire una persona con abilità che si erano oscurate a causa della malattia”.
Arianna, ci racconta il suo percorso e la sua storia?
"La mia storia personale è attraversata dall'anaffettività. Fin da piccola mi sono trovata con una madre che soffriva di depressione ed era particolarmente violenta con me e i miei due fratelli. Eravamo seguiti dai servizi sociali. Poi è deceduta e siamo stati dati in affido in città diverse. Non avendo ricevuto amore, rifiutavo qualsiasi atto di affetto da parte delle due famiglie affidatarie che mi hanno accolto. A 18 anni me ne sono andata e sono andata a vivere con altre persone in una casa diroccata. Poi ho ricominciato a studiare, ho iniziato a lavorare, mi sono sposata, ho avuto una figlia e mi sono separata".
Quando sono iniziate le condotte autolesive?
"Dopo la separazione. Ho iniziato a fare sedute di psicoanalisi dalle quali è emerso che, chi nell'infanzia non ha ricevuto amore, in età adulta non è in grado né di riceverlo né di darlo. Dentro di me sì è aperta una voragine e ho iniziato a bere. Ma non era sufficiente, anzi, amplificava la mia sofferenza interiore. Sentivo il bisogno di placarla e ho iniziato a tagliarmi".
Farsi male la faceva stare bene?
"Sì, il dolore fisico alleviava il mio dolore interiore. Ogni qualvolta andavo al pronto soccorso, rifiutavo perfino l’anestesia. Con il tempo l’autolesionismo è diventato un circuito da cui non riuscivo a uscire: non c'era nulla che mi facesse stare così bene, mi piaceva, ne traevo beneficio nell'immediato, poi tornava tutto come prima. Tagliarsi era diventata una routine giornaliera, e anche i ricoveri erano inutili: una volta uscita si ripeteva lo stesso copione".
Poi qualcosa è cambiato...
"Un giorno, dopo l'ennesima litigata con mia figlia, andandomene da casa sua, mi voltai e la vidi seduta con un viso tremendamente impotente e deluso. Tornata nel mio appartamento iniziai a piangere: lì capii di avere un grosso problema. Contattai subito la mia psichiatra e il giorno dopo ci andai".
È possibile curarsi? Per lei com’è stato il percorso?
"Rivolgersi allo psichiatra è stato il primo passo: buttare fuori tutto il dolore, la paura, il senso di inadeguatezza, la poca autostima, il sentirsi sbagliati. Ne sono uscita sgretolata. Poi è arrivata la consapevolezza e l’accettazione di quanto tutto questo mi faceva male. Dopo c’è stata la necessità di ricostruirmi. Per 6 mesi ho partecipato a un gruppo di skill training per disturbi borderline di personalità, un trattamento finalizzato al controllo degli impulsi. Mi è stato di aiuto per fare chiarezza sulla mia malattia e per iniziare a regolare le emozioni e i sentimenti errati. Affidarmi è stato il primo passo verso la speranza. Anche il tirocinio al Dipartimento di Salute Mentale mi ha ulteriormente aiutata ad affrontare, insieme ad altri, le mie fragilità".
Quali consigli darebbe ai giovani?
"In base alla mia esperienza, ai giovani che vivono in un disagio, un malessere, una condizione emotiva di fragilità, sia per eventi di natura traumatica oppure per una disperazione del sé, suggerisco di condividere lo stato emotivo con gli amici e i propri cari. Consiglio di non spaventarsi, di non vergognarsi e di non cercare soluzioni pericolose come l'autolesionismo. Invito i giovani che attraversano momenti delicati a rivolgersi con fiducia ai professionisti, a partire dal medico di base o dallo psicologo presente nelle scuole superiori".