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La transizione di genere in adolescenza

La transizione di genere in adolescenza

Come interviene il sistema sanitario in questo processo? L’importanza del sostegno psicologico, del reinserimento sociale e del supporto alla famiglia in un seminario di riflessione organizzato dall’Ausl di Parma

di Michela Trigari

PARMA - «Quando ho chiesto in casa per gli ormoni, mi hanno detto che dovevo aspettare i 18 anni e questa cosa mi ha ferito, perché dagli ormoni, per me, dipendono un sacco di cose: dipendono i documenti (dover sempre far vedere che sono donna, anche se nelle apparenze non lo sono, dipende il cambio di nome, la mia voce, che è una delle cose che mi infastidisce di più: è femminile. Ma soprattutto il fatto che ho due traguardi importanti davanti a me: la patente e la maturità. Mi piacerebbe poter prendere il diploma come Nicolas e non vederci scritto il mio nome di battesimo. […] Ma ho sempre molto timore a chiedere di chiamarmi Nicolas a scuola. Dover dare spiegazioni mi mette a disagio. La possibilità che qualcuno mi chieda “Perché vuoi essere maschio?” mi mette in discussione: io sono maschio». Questa testimonianza è solo una delle tante contenute in “Ricerche e pratiche della transizione di genere in adolescenza”, volume pubblicato grazie alla collaborazione tra l’Ausl di Parma e il Progetto Sum e curato dallo psicologo e psicoterapeuta del Dipartimento assistenziale integrato Salute Mentale-Dipendenze patologiche Fabio Vanni.

Ma il titolo del volume è anche il titolo di un seminario organizzato lo scorso aprile dalla stessa Azienda sanitaria per indagare come il sistema di welfare intervenga oggi in questo processo e come i contesti di vita degli adolescenti sentano e partecipino a questo cambiamento di non semplice maneggiamento sia per i ragazz* sia per chi li accompagna. Perché tanto la disforia di genere in giovane età quanto la transizione di genere talvolta portano con sé un vissuto molto doloroso, dovuto da un lato alla mancata aderenza della propria identità sessuale con il proprio corpo, dall’altro alla forte discriminazione da parte della società e alla difficoltà di inserimento in essa. Senza contare le implicazioni familiari e amicali. Ci sono poi tutta una serie di fasi da attraversare: l’introspezione, il contatto con i professionisti, il percorso psicologico, la terapia ormonale sostitutiva, il test di vita reale, l’iter legale per il cambio del nome, la riconversione chirurgica di sesso (che può avvenire solo con la maggiore età), il reinserimento sociale e il follow-up. Non è detto che vengano realizzate tutte, ma si tratta comunque di percorso molto complesso a cui il sistema sanitario deve saper rispondere in modo adeguato, dando grande importanza anche alla parte non medica. C’è poi la diatriba internazionale sull’uso o meno dei farmaci bloccanti la pubertà.

Oggi il tema dell’identità fluida, la disponibilità del proprio corpo e l’orientamento sessuale come terreno di sperimentazione di sé nelle giovani generazioni apre a tante possibilità, ma anche a molte incertezze. «E un servizio sanitario solidaristico non può chiudere gli occhi di fronte a nuovi bisogni e nuove esigenze, specialmente quando provocano sofferenza», ha commentato Riccardo Bonadonna, endocrinologo dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma, intervenendo al seminario. Una aiuto arriva anche dal Terzo settore. Sul territorio, infatti, operano il Centro antidiscriminazioni Un arcobaleno per Parma e l’associazione Lgbtqia+ L’Ottavo Colore. «Il riconoscersi come non binari solleva la questione del diritto all’autodeterminazione delle persone. E noi clinici non possiamo non tenerne conto, specialmente in contesto che è cambiato molto velocemente negli ultimi anni», ha aggiunto Federico Di Bennardo, psicologo de L’Ottavo Colore.

«Ci vorrà ancora tempo prima che si veda nascere uno spazio di ascolto sull’identità di genere all’interno di un’Azienda sanitaria pubblica, perché si tratta di un tema politico, ma la questione esiste e gli adolescenti l’hanno già intercettata anche nella rappresentazione ed espressione di se stessi, con i conseguenti problemi di accettazione da parte della famiglia e del contesto culturale. Servirebbe un dialogo costruttivo con il sistema valoriale tradizionale, ma senza rompere e senza essere aggressivi», ha concluso Antonio Restori, psicologo psicoterapeuta del del Dipartimento assistenziale integrato Salute Mentale-Dipendenze patologiche.  Tra gli altri interventi al seminario si segnalano quelli di Lorenza Dodi, sociologa dell’Ausl Parma, dello stesso Fabio Vanni, di Valentina Argento, psicologa psicoterapeuta di Un arcobaleno per Parma e dell’avvocata Valentina Migliardi.

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