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LIBRI / "Storie da un manicomio"

LIBRI / "Storie da un manicomio"

Un volume di Francesco Paolella (ed. Clueb 2022) racconta le vite di alcuni dei pazienti ricoverati all’ex ospedale psichiatrico "San Lazzaro" di Reggio Emilia a cavallo tra Ottocento e Novecento

di Mirko Melandri

BOLOGNA - Il numero 11 è la cifra chiave del libro Storie dal manicomio, scritto da Francesco Paolella per Clueb Editrice. Undici, infatti, sono i protagonisti del volume che racconta le vite di alcuni dei pazienti ricoverati al "San Lazzaro" di Reggio Emilia, uno tra i più importanti ospedali psichiatrici italiani, una struttura di primo livello tra gli anni Settanta dell’Ottocento e gli anni Quaranta del Novecento. Le vicende, riprese attraverso le cartelle cliniche, descrivono vite uniche e irripetibili, ma mettono in luce anche una società che faceva scudo con l’internamento di fronte ad atteggiamenti ritenuti destabilizzanti e pericolosi per la comunità. Ma undici è anche l’introduzione fissa delle cartelle cliniche dell’ultimo quarto del Diciannovesimo secolo, e il limite dato dalla privacy, che permette di accedere solo alle cartelle cliniche archiviate da almeno 70 anni.

Le storie. Adele Bagnoli ha 12 anni: in un pomeriggio di maggio del 1886, dentro una pianta di ginepro scorge una bimba bionda, piccola e di bianco vestita. Dopo sette giorni Adele ritorna nello stesso posto, dove rivede la stessa scena come in tutte le altre occasioni in cui ci andrà. Achille, figlio di Niccolò Paganini, è messo in manicomio con l’inganno a 64 anni. Lui ha i segni di un disturbo mentale e soffre di allucinazioni: i familiari hanno paura che si possa suicidare. Ciascuno ha avuto un'esistenza propria e l’autore ne ha spiegato gli amori impossibili, le ambizioni letterarie, i contrasti familiari, le visioni mistiche e le pratiche magiche, mettendo in secondo piano le diagnosi psichiatriche. Leggendo le cartelle cliniche, è stato possibile ricostruire queste e altre vicende: dall’avvocato al seguito di Garibaldi nelle guerre risorgimentali, alla giovanissima prostituta in fuga dal manicomio grazie alla guerra, al finto medico che girava per il mondo e scrisse al Papa per diventare suo ambasciatore.

Il “San Lazzaro”. Il manicomio fu la sede di un'autentica scuola psichiatrica, la “Scuola reggiana”, che attirò persone da altre parti d’Italia e dall’estero fino ad arrivare a ospitare circa duemila persone tra medici, infermieri, studenti e pazienti. I degenti erano per lo più poveri, uomini e donne di bassa estrazione sociale i cui familiari non riuscivano a farsene carico, provenienti dalla Casa de’ pazzi degli Stati Estensi.
Grazie a un medico, Antonio Galloni, e su incarico del duca Francesco IV, il “San Lazzaro” fu rifondato nel 1821 come ospedale psichiatrico, conoscendo un periodo di notorietà come meta di addetti ai lavori desiderosi di imparare il funzionamento di un luogo considerato all’avanguardia. I ricoverati erano incoraggiati a riprendere la lucidità e la serenità perdute. Il “trattamento morale” tendeva ad avere una relazione più umana, che premiava i buoni comportamenti e puniva quelli violenti, dando rilevanza anche al lavoro. Nel 1873 la direzione del “San Lazzaro”, ormai una realtà terapeutica centro scientifico per gli studi di psichiatria, passò al dottor Carlo Livi.

L'autore. Francesco Paolella ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia. È membro di Clionet, associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della Rivista sperimentale di Freniatria e scrive per TYSM e Il Pensiero Storico - Rivista internazionale di storia delle idee.

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